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#risvegli

I vent’anni di mia figlia

person-s-hand-3162828I vent’anni di mia figlia sono un esorcismo al rammarico per i miei venuti male. Il suo profilo, le promesse che ho mantenuto. I vent’anni di mia figlia, che ho messo al mondo mentre nel mio mi orientavo a fatica, sono la mappa dell’isola in cui mi perdevo di continuo. Sono un paio di jeans scoloriti sulle ginocchia, mamma se ti va puoi metterli anche tu. I libri scambiati dopo una chiacchierata sui suoi primi esami all’università, dimmi, mamma, dimmi di Montale, si può non amarlo così tanto? Il mare che ci stanca se stiamo troppo al sole, la pelle che non resiste a un trucco impegnativo, la cioccolata che ci piace ma dobbiamo andarci piano.
A vent’anni mia figlia ha una ragionevolezza che non ho preteso, l’ironia che al mondo scarseggia e la risata da bambina trasparente.
I vent’anni  di mia figlia sono meno della metà dei miei. Sono il segno che avevo una strada buia da illuminare e una bussola da conservare. Li tengo in tasca per i giorni in cui mi perdo. Avanti, mamma, sempre avanti.

© giusi d’urso

foto di Philip Justin Mamelic

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#risvegli #secondapelle

Strappi

Ieri ho accompagnato mia madre a Livorno. Questioni sue, nostre, complicate, di affetti forti e disperati. In macchina ha pianto all’idea dell’abbandono di qualcuno che le è molto caro. L’ho consolata come ho potuto, come ho saputo. Per tutto il giorno mille cose sono tornate a galla con quell’etichetta di sofferenza inevitabile, con l’inconfondibile connotazione del ricordo tagliente. Gli strappi. Ecco. Così ho catalogato quei pensieri.
Quanti strappi possiamo sopportare? Con quale filo li possiamo rammendare? Mentre mi pongo domande difficili sento che le forze sono insufficienti a un lavoro di cucito così certosino e urgente. Perché alcuni strappi somigliano a disfacimenti, come l’abbandono precoce di me bambina in un territorio adulto, come la rinuncia alla vita da ragazza perché urgevano soluzioni da grandi. Altri sono tagli netti, come la perdita di un padre che muore troppo presto, di un amore che non poteva sopravvivere, di una terra che non ha offerto soluzioni, di una zia del cuore cui non basta più l’affetto.
Tornando da Livorno ho guidato con una mano sola per non lasciare quella di mia madre che mi sedeva accanto. Come se da quel contatto di superfici minime fluisse linfa di coraggio e pacificazione. Se dai miei anni ai suoi, dalle mie scorte di figlia cresciuta a pane e saggezza al suo esausto serbatoio di madre-sorella, o al contrario, questo devo ancora capirlo. Di certo c’è stato quel contatto e il suo beneficio momentaneo. Il resto arriverà fra un po’, perché gli abbandoni feriscono a rate: prima lacerano, poi sanguinano, dopo ancora macerano.
Tornate a casa ho abbracciato mia madre come mi capita di abbracciare gli alberi, attendendo conforto da forze lontane e telluriche. Le sue radici sono forti, i suoi rami meno. Si è appoggiata a me che ho fronde piene di dubbi e speranze. Ma è così che funziona. È così che sarà, da qui in poi.

 

 

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Volare

IMG_7868Da ragazzina ero così minuta e leggera che il vento forte mi portava via. Come quel giorno in cui, all’uscita di scuola, lungo la strada del ritorno, ero presa da pensieri pesanti e zavorre di responsabilità fuori posto, fuori tempo. Minuti intensi di cammino quotidiano, percorso due volte al giorno, avanti e indietro, in cui la mia mente acerba toglieva attenzione a dispute amorose e compiti di scuola per assaggi precoci di amarezza.
Ebbene, quel giorno tirava un vento così forte che si stentava a credere fosse naturale. Mi sentii abbracciare alle spalle, zainetto compreso, e sollevare giusto il tempo di un piccolo sgomento, per recuperare subito dopo il contatto sicuro col terreno e con i pensieri del ritorno a casa. Mi guardai intorno: c’erano testimoni della disobbedienza del mio corpo alle leggi della gravità? Non c’era nessuno. Sorrisi del fatto che a raccontarlo non mi avrebbero creduto e tenni per me quel senso di fulminea esaltazione: cuore pesante e corpo leggero. Ero stata capace di volare. Ancora, a volte, mi riesce.

© giusi d’urso

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L’albero

img_1128Un giorno, vidi un ragazzo salire su un grande albero. Una pianta bella e maestosa, con grandi rami e tronco possente, di cui s’immaginano radici robuste e pervicaci sondare le viscere misteriose del suolo. A guardarlo da lontano, l’albero sembrava immobile e perfetto. Da vicino, superando quella vertigine che alzando gli occhi ci fa esperire il baratro del cielo, la vita, con la sua finitezza e il suo tempo, mi apparve com’era. Il tronco, a tratti, era scorticato. I rami avevano trovato soluzioni alternative, forse alla siccità e all’arsura, assumendo pose estreme. Un corpo gigantesco, popolato da comunità animali varie e laboriose. Dagli insetti agli uccelli (e forse anche qualche scoiattolo), era un movimento continuo e brulicante tra le fronde rigogliose. Lunghe file indiane di formiche indaffarate percorrevano verticalmente la corteccia, con la stessa rapidità e disciplina in entrambi i sensi, scomparendo dalla mia vista, dentro tunnel naturali disseminati lungo il tronco, per poi riemergere in un punto distante dal mio sguardo.
Vidi, quel giorno, un ragazzo salire agile su quell’albero. I piedi, dopo il primo slancio convinto da terra, penzolarono un attimo nel vuoto, per poi ritrovare appigli nelle prime intersezioni dei rami più bassi. Lo vidi cercare un nuovo baricentro in alto, lontano dalla certezza del suolo, sfuggendo alla disciplina della gravità, con l’ambizione della salita e il sogno segreto del volo. Cavalcioni sul ramo più possente, non guardò mai in basso, ma verso le fronde alte, invidiando, forse, i sussurri delle foglie e i guizzi degli uccelli.
D’improvviso cominciò a piovere e corsi a cercare un riparo. Di sicuro scese anche lui, subito dopo. Tornando lì dopo la pioggia, infatti, non lo ritrovai. Sentii però, in attesa nell’aria, la segreta ambizione di procedere oltre. Ne presi in prestito un’inezia e ancora gliene sono grata.

© giusi d’urso